11 novembre 2011: Bob Dylan e Mark Knopfler live al Mandela Forum

Oggi, per chi ama la musica – senza se e senza ma – è uno di quei giorni da ricordare a lungo: parliamo di Bob Dylan e Mark Knopfler, in concerto assieme a Firenze.

Stupore misto ad eccitazione. Una reazione chimica immediata, spontanea: in equilibrio precario. Questo è quanto capita, spesso, davanti a grandi scoperte inaspettate.

Sorgerebbero i più amletici dubbi e le più svariate domande da fare, ma è tutto vero. E confermato: l’ 11 Novembre, al Mandela Forum (dalle ore 21), l’occasione sarà di quelle uniche. Uniche, come gli artisti in questione. Una coppia dei sogni – scesa improvvisamente dall’Olimpo del rock – che ha deciso, per i 70 anni del menestrello più famoso della storia, di sbeffeggiare la terza età lasciando un’impronta indelebile nel pubblico; solcando con un tour leggendario l’Europa, in lungo e in largo.

Bob Dylan e Mark Knopfler – con le rispettive band – divideranno palco e pubblico fino a dicembre 2011.

Un viaggio On the road dallo spirito rock e dall’anima sognante; da far impallidire il Dean Moriarty di Jack Kerouac. Perché non è solo una questione di sound, di genere o di storia. In questo caso la dimensione musicale trascende le etichette, si tratta di identità collettiva: pensieri e sentimenti comuni. Un’eredità artistica. Una questione di qualità, insomma.

Sì, perchè nessuno come Dylan è stato portavoce di intere generazioni, di (non)luoghi, di sogni ed angosce. Una figura enigmatica, un santone da polverose e deserte Highways, anticonformista eppure dannatamente vicino a tutti. Un poeta, probabilmente. Una di quelle figure appartenenti al passato, al presente ed al futuro: di quelle che non scordi mai.

Cantore di sogni ed incubi post-moderni come nessuno. Dalla perdita dell’innocenza post-JFK al Vietnam, ad oggi: dalla musica al cinema, dalla letteratura alla politica. Un caleidoscopio folk: vissuto ed intimo. Come l’armonica che ne detta tempi e suggestioni.

Contraddittorio, a volte. Lui stesso un giorno affermò:” Non sono io che ho creato Bob Dylan. Bob Dylan è sempre esistito e sempre esisterà’‘. Come a voler spiegare quella trascendenza (unica), che da musicista lo ha consacrato a crocevia di pensieri e parole. E, adesso, per i suoi 70 anni Bob Dylan ci fa questo regalo: si materializza dalla tela, come novello Dorian Gray, per immortalare non un corpo, bensì un paradigma di mondo che non tramonterà mai. Versetti sacri direttamente dall’universo (parallelo) del rock.

Un live che si preannuncia epico, quindi. Con la sensazione forte di poter assistere a qualcosa di più grande, di anomalo; per poi portarselo dentro e – un giorno – poterlo raccontare a qualcuno.

Qualcosa che va oltre, dicevamo. Se non bastasse (?), non ci sarà solo il cantastorie della fine del sogno americano ad illuminare un buio venerdì di metà autunno fiorentino, insieme a sua santità Bob c’è Mark Knopfler. Chapeau.

L’ex leader dei Dire Straits che, lavorando in produzione con Dylan, ha lasciato i suoi eleganti e drappeggiati studi di registrazione britannici per saltare in sella ad un sogno musicale lungo una manciata di mesi e migliaia di kilometri. Era da qualche anno che il re del fingerpicking non faceva vibrare anima e corde della sua Stratocaster: riconoscibile fra un miliardo di suoni e strumenti diversi.

Mark Knopfler: una rockstar fra le più popolari al mondo, icona di quella personalizzazione della musica avvenuta nei primi anni ’80. Simbolo di quel trascinante periodo, tanto da meritarsi – con i Dire Straits – la definizione musicale di Arena Rock. Un genere che prevedeva stadi colmi e folle in delirio. Inni per tribù, riti collettivi.

Ma Knopfler è molto di più: un virtuoso come pochissimi, un professore (di fatto), un working-class hero, una malinconia complessa. Proprio come il suono della sua Stratocaster. Un architetto del suono prestato alle folle, un meccanico del blues che ripara angosce, un artigiano delle emozioni. Proprio come un tempo i grandi scultori. Un sultano dello swing, sobrio e un po’ schivo. Rock star per difetto. Quasi un personaggio – dal volto e dall’animo segnati – degno del Clint Eastwood di Gran Torino.

Insomma, in tempi di crisi (economica come culturale) e con l’autunno che bussa alle porte, non resta che ritagliarsi un collage di emozioni e suoni intramontabili. Da conservare, poi, gelosamente. Perchè forse non ricapiterà, perchè – in fondo – è giusto e bello così.

E la risposta, stavolta, non sarà da cercare nel vento: basterà semplicemente entrare in un palazzetto di periferia, per una sera teatro di sogni impossibili e straordinarie inquietudini sotto forma di musica. E che musica..