La storia di San Salvi raccontata da Claudio Ascoli

Il 9 settembre ricorrerà l’anniversario della nascita dell’ex manicomio fiorentino. Per l’occasione ho fatto due chiacchiere con Claudio Ascoli, che a San Salvi ha dedicato ben 15 anni di progetti.

«Smettila, o tu mi mandi a’ tetti rossi». Questa la tipica minaccia che ripeteva mia nonna cercando di placare la mia agitazione. Andare ai tetti rossi, ovvero andare tra i «matti» di San Salvi, la cittadella de’ grulli, come si dice a Firenze. 

Perché con i suoi 32 ettari per un totale di 20 padiglioni, San Salvi non era solo un semplice manicomio, ma una vera e propria città nella città in cui, una volta entrati, non si usciva più.

E come tutti i luoghi carichi di storia, anche San Salvi è un paesaggio parlante, che aveva solo bisogno del giusto interprete per poter essere raccontato. Questa figura viene trovata in Claudio Ascoli, l’attore partenopeo a capo della compagnia Chille de la balanza.

san salvi firenze

Nel 1998 Ascoli e i Chille sono alla ricerca di uno spazio teatrale e la scelta ricade su San Salvi, all’epoca diretto dal dottor Pellicanò, l’ultimo ad aver assunto la direzione dell’ospedale.

Il direttore accetta la richiesta, ma ad una condizione: che la città di Firenze entri nel manicomio, appropriandosi e tenendo in vita la sua memoria. Da qui i molteplici progetti messi in atto dalla compagnia, su tutti lo spettacolo itinerante C’era una volta… il manicomio, frutto di un lavoro di ricerca ultradecennale teso a diffondere e preservare la memoria storica di San Salvi. 

Claudio, come è nato San Salvi?

L’inaugurazione risale al 9 settembre 1890. Giacomo Roster, seguendo le direttive di Tamburini, edifica così questa città-manicomio isolata nella periferia. I «matti» vengono così «cronicizzati»: i cancelli di San Salvi erano un punto di non ritorno poiché, una volta attraversati, non si tornava mai indietro.

I poveri, gli omosessuali (lesbiche in particolare), ragazze madri, anziani, i dissidenti del regime fascista, alcolisti e altri diseredati dalla società civile componevano la comunità di San Salvi, che è arrivata a contare fino a 3.000 presenze. 

manicomio san salvi

Durante gli anni ’60 ha inizio un movimento di liberazione, che culminerà con la legge Basaglia che a partire dal 1978 impose la chiusura dei manicomi in Italia. San Salvi comincia così ad aprirsi verso l’esterno, anche se l’ultimo «ospite», come si era soliti chiamare i degenti, uscirà solamente nel 1998

Cosa succedeva tra le mura dell’ospedale psichiatrico?

Sarebbe più facile dire cosa non succedeva. Il compito era quello di contenere i matti e far passare il tempo ma senza fare nulla. Le cure erano a base di elettroshock, violenze, abusi, farmaci… A San Salvi nascevano bambini e questo la dice lunga sui comportamenti dei cosiddetti sani di mente, così come il fatto che gli infermieri venissero selezionati in base alla loro forza fisica.

san salvi firenze

Cosa rappresenta oggi San Salvi per Firenze?

San Salvi è una libera Repubblica delle arti e delle culture, in direzione ostinata e contraria, con la rotta sempre puntata sulla centralità dell’individuo. Un luogo diverso dagli altri, non un teatro ma una casa fatta di tante persone, una agorà delle idee, un vero luogo dell’anima

Qual è il futuro di San Salvi?

Io spero che riesca a coniugare l’antico e il nuovo, preservando una sorta di museo dei ricordi di ciò che è stato ma guardando e aprendosi alla contemporaneità. San Salvi è una città aperta, come lo è stata Roma e anche Firenze, che deve mantenere la sua identità ma anche innovarsi, come dimostreremo con l’evento del 14 settembre Miracolo a San Salvi, un’azione di sensibilizzazione collettiva per evitare la sua chiusura.

Credits foto: Ramile Leandro (cover); www.vivasansalviviva.org; Renato Bartolozzi (reportage San Salvi negli anni ’70),