Ponte all'indiano - Firenze ph. Giuseppe Moscato

Perché Ponte all’Indiano è un viadotto da primato mondiale

Può vantare un record, ma ha un pezzo rimasto a metà. Suo cugino? È quello di Varlungo. Vi raccontiamo tutto su uno dei viadotti moderni di Firenze: Ponte all’Indiano.

Il Ponte all’Indiano è uno di quei luoghi di Firenze che ricordiamo per le ore passate in coda e le multe dell’autovelox. Scopriamo invece la sua storia e alcune curiosità.

Ponte all’Indiano: perché si chiama così

Il Ponte prende il nome dal Monumento funebre eretto in onore del principe indiano morto a Firenze nel 1870, che si trova all’estremità del Parco delle Cascine alla confluenza del Mugnone con l’Arno.

Fu realizzato fra il 1972 ed il 1978 su progetto dagli architetti toscani Paolo Sica e Adriano Montemagni e dall’ingegnere, di Napoli, Fabrizio de Miranda che vinsero il concorso nazionale.

Destinato a collegare le parti della città in espansione, Peretola ed Isolotto, fu un progetto molto innovativo che coniugava architettura e ingegneria, ambiente e tecnologia, secondo uno spirito tipicamente toscano.

Ponte all'indiano Firenze

Il perché del primato mondiale

Il Ponte all’Indiano è un ponte strallato (gli stralli sono le lunghe funi di acciaio che lo sostengono) ed è stato il primo al mondo con i piloni di sostegno degli stralli ancorati a terra ed è tuttora uno dei più grandi in Europa di questa tipologia costruttiva.

La soluzione adottata permise di creare un ponte con una campata unica di ben 210 metri, senza appoggi intermedi nel letto del fiume e con una altezza maggiore dall’acqua e uno spessore minore di un ponte tradizionale, salvaguardando il cono prospettico naturale creato dal fiume.

Passeggiata da brivido sopra l’Arno

Viadotto dell'Indiano, Firenze ph. Aldoaldoz

Al di sotto del trafficato piano stradale di Ponte all’Indiano, più vicina all’acqua che scorre o al verde delle rive, si trova invece una passerella pedonale che permette di attraversare il fiume. Molto usata dagli abitanti della zona o da chi fa jogging o girate in bicicletta lungo le verdi rive dell’Arno, in realtà è poco conosciuta a chi attraversa il ponte con altri mezzi.

Ponte all’Indiano e il cugino: Ponte di Varlungo

Alcune caratteristiche e peculiarità si ritrovano curiosamente anche nell’altro ponte moderno di Firenze, il Ponte di Varlungo. Varlungo è il nome di questa zona della città e deriva da Vadum Longum, guado lungo, perché qui in antichità si poteva facilmente attraversare l’Arno.

Il ponte fu realizzato fra il 1979 ed il 1981 su progetto di uno degli stessi progettisti del Ponte all’Indiano, l’architetto Montemagni, ed è di tipo sospeso con un’unica campata di circa 130 metri in acciaio e cemento armato.

La caratteristica principale è quella di essere un ponte a due livelli: uno superiore con due corsie per auto, distinte e a scorrimento veloce verso il casello autostradale di Firenze Sud, Bagno a Ripoli, Grassina e Antella; uno inferiore dedicato invece al traffico locale e pedonale fra le due rive.

Ponte di Varlungo, ph fondelli.nadia

Un male di famiglia

L’analogia maggiore con il Ponte all’Indiano risiede però nella incompiutezza del viadotto di accesso. Entrambi i ponti dovevano far parte di un sistema in grado di alleggerire il traffico di attraversamento della città, in particolari sui viali.

All’Indiano il viadotto si doveva ricollegare, a nord, all’Autostrada Firenze-Mare e proseguire verso Careggi. A Varlungo il viadotto doveva attraversare il lungarno e la ferrovia e connettere il quartiere di Gavinana, a sud, con il quartiere di Coverciano a nord, ma un edificio che si trovava proprio sulla traiettoria, oltre a svariati problemi burocratici, economici e politici bloccarono tutto.

Il Piano Strutturale di Firenze conferma, dopo 30 e passa anni, la necessità per la città futura del cosiddetto passante urbano, un sistema di viabilità che collegherà la parte sud di Firenze a Viale Guidoni, attraverso le zone di Campo di Marte, Statuto (e quindi Careggi) e Viale Corsica (dove sta sorgendo la Stazione dell’Alta Velocità).

I viadotti però sono ancora monchi. E la coda a Ponte all’Indiano rimane. Staremo a vedere.

Credits foto: immagine di copertina – Giuseppe Moscato; Sailko; strutture di ponte all’Indiano – Aldoaldoz; ponte di Varlungo – fondelli.nadia