Litfiba, la new-wave e Firenze: 30 anni dopo

La new-wave. Il telex. Indietro Tutta alla tv. Maradona che vince un mondiale (da solo). Il ragazzo che gioca ”guardando le stelle”. Gli Smiths – con ”The Queen is dead” – che scalano le classifiche mondiali. L’irripetibile anarchia culturale del cinema Universale d’Essai. I primi film-cult di Francesco Nuti al Gambrinus.

Bene, pensando ad oggi, se siete un po’ smarriti è più che normale. Ma chiariamo subito: questa non è un’operazione-nostalgia, in stile American-Graffiti, ma un’ istantanea (dai colori rigorosamente polaroid) del collage socio-culturale fiorentino al centro del suo decennio d’oro: gli anni ’80. E dei profondi mutamenti socio-urbani di Firenze, oggi. Proprio in questi giorni cadono i 30 anni dal concepimento del primo EP omonimo dei Litfiba e dell’uscita del primo EP dei Diaframma. Un anniversario particolare, ma significativo. Dunque, cosa è rimasto di quel fermento culturale che aveva reso Firenze una, seppur piccola, capitale-cult della scena musicale europea? Verrebbe subito da dire: ”Ahi, quanto a dir qual’era è cosa dura”. In tempi in cui l’immagine internazionale ed il cambiamento del tessuto urbano cittadino passano velocemente per le pedonalizzazioni, le grandi inaugurazioni di Hard Rock Cafè ed H&M, per finire con le ospitate di discutibili reality USA (e getta); niente di meglio della rivisitazione della scena culturale fiorentina di allora ci può aiutare.

Quindi i Litfiba, dicevamo. Tutti sanno che Piero, Ghigo e Maroccolo erano soliti ritrovarsi in un buio scantinato di Via de’ Bardi per provare e comporre in libertà fra chitarre e tastiere. Con testi a dir poco rivoluzionari. Già questo pare oggi un atto ”artisticamente sovversivo”: spazi musicali liberi, a ridosso di Ponte Vecchio. Quasi fiabesco. Possibile, invece, in un centro storico che viveva di botteghe artigiane(molte) e di turisti (vero), ma coesisteva con il respiro artistico e popolare di una Firenze che si apriva alla scena internazionale – strizzando l’occhio a Londra – e mantenendo forte la sua identità di città a parte. Chiusa, dicono in molti. Identitaria, per altri. Sicuramente unica. Come unica fu l’esplosione in Italia di gruppi-cult, quali Diaframma e Neon, e di veri e propri fenomeni su larga scala, quali i Litfiba. In un’ Italia dove la scena sociale era solcata dall’impronta edonista degli anni ’80, dove si cercava di cavalcare l’onda del modello-Reagan, dove a Sanremo trionfava la faccia ed il look inoffensivo di Eros Ramazzotti con ”Adesso Tu”; nelle vie di Firenze c’era sempre più spazio per un sentire sociale ed un humus culturale contrapposto. Anti-conformista, insomma.

Diaframma

Diaframma

Qui entrano in gioco i Litfiba e gli spazi di Firenze. I primi affilando suoni estranei alla tradizione nostrana fra rock e new wave e cantando di una società e di una città che stava cambiando sempre più. Lasciando dietro di sé un’amarezza da commedia di Monicelli; ascoltare ”Firenze Sogna” oggi, è quanto di più attuale si possa chiedere. Eppure i luoghi e gli scenari contano, ora come allora. Pensare che la frequentatissima casa del popolo di Settignano (dove i Litfiba debuttarono) era chiamata ”Brighton rockoteca” forse strappa un sorriso a molti. Ma – allo stesso tempo – illumina, pensando a tutti i giovani e meno giovani che passando di lì potevano cogliere le avvisaglie di un fenomeno artistico e sociale che fioriva liberamente – nelle numerose cantine del centro, come nelle sale prove appena fuori – con vestiti dark, un sound vicino a Joy Division e Cure, la venerazione di icone del movimento punk londinese e newyorkese. Un’alternativa a quanto descritto (qualche riga sopra) a livello nazionale. Era lo sbocciare degli ”outsiders”, un ricettacolo bohémienne in luoghi adagiati all’ombra del Cupolone; sfruttando e vivendo spazi cittadini ancora non congestionati da attività commerciali e turistiche di ogni sorta, consentendo l’apertura di numerose label e riviste indipendenti nei quartieri storici della città. E – a livello periferico – la canalizzazione di tale fenomeno sfociò nell’apertura del club che più di tutti avrebbe cristallizzato quella particolare identità culturale per anni: il Tenax. Era il 1981. Anche in questo caso, 30 anni fa. Tre indizi, fanno una prova.

Il Tenax divenne il crocevia notturno fra rock, new-wave e scena sociale alternativa in generale, che portò nel giro di pochissimi anni a far salire sul suo palco fenomeni UK del calibro di: New Order, Tears for Fears, Bauhaus, Spandau Ballet, Human League e Tuxedomoon. L’ elite della scena musicale anglossassone, insomma. Senza dimenticare le ospitate di David Byrne (sì proprio lui, Mr. Talking Heads..); creando, così, una reputazione invidiata a livello europeo. In mezzo a tali nomi Litfiba e Diaframma, che non sfiguravano di certo nel condividere serate, palco e pubblico. Buttando l’occhio un po’ indietro Firenze non era lontana dall’essere una rivisitazione – in salsa dark – del Greenwich Village newyorkese. La Mecca della cultura alternativa italiana, gli antipodi del mainstream. Proprio per questo, vitale.

Pare la descrizione di un luogo lontano dalle insegne e dai locali sempre più omologati nei dintorni di piazza della Repubblica e dallo strapotere delle catene dei grandi marchi internazionali. Certo un decennio – forse irripetibile – che andò progressivamente attenuandosi, perdendo la sua spinta propulsiva insieme ai suoi spazi originari – verso la fine degli ’80 – lasciando il passo ai cambiamenti del mondo globale e tecnologico dei ’90. Decennio che verrà ricordato più per l’epopea calcistica viola (sotto l’insegna di uno strepitoso bomber argentino di Reconquista), che per espressioni e fenomeni culturali cittadini. E – così – mutando la forma della città, mutò inevitabilmente quello scenario tanto originale quanto necessario per una straordinaria aggregazione sociale e culturale. Diverso è divenuto il modo di vivere gli spazi del centro (e non solo), poiché diverse sono state le destinazioni ad uso e consumo non certo dei cittadini. Una normalizzazione moderna. Globale.

A 30 anni dai primi ”riff” di Ghigo e dalle prime strofe di Piero, ciò appare evidente. Se Firenze è stata uno degli zenith europei della musica e della cultura alternative per quasi un decennio, lo si deve alla sua identità, espressa per mano e voce di una band amatissima. Se Firenze sta diventando una vetrina rinascimentale di brand – più o meno trendy – lo si deve alla svendita dei suoi spazi vitali e, infine, della sua identità?

Hard Rock Café Firenze

Har Rock Café Firenze

Ma ci piace comunque sottolineare che l’eredità di quella particolare cultura scorre ancora nell’Underground fiorentino; diversa, certo. Ma non meno vitale ed importante. In una città che conta sempre su eccellenze e creatività invidiate nei campi del life-style e, più in generale, dell’arte e della cultura. Dunque, si penserà, cos’è che manca per provare a spiccare il volo? Oggi tali fermenti sono confinati in pochi spazi; sempre più sottovalutati dal modello-guida istituzionale (quello del brand/merchandising, nella musica) che, quindi, riduce la cultura – quella alternativa – ad accessorio. Futile ornamento, verrebbe da dire. Un vezzo. Insomma, il vario e moderno tessuto socio-culturale che tutt’oggi scorre, quasi come un fiume carsico, sotto traccia rispetto ai grandi spazi ed alle immagini ”rassicuranti” a disposizione delle grandi catene in città, è presente e vivo. E continua a produrre fenomeni interessanti in più campi. Sfruttando anche le straordinarie tecnologie fruibili oggi. Proprio i Litfiba intitolarono – a caso? – uno dei migliori LP-live: ”Pirata”; ecco, mai come oggi produrre e stimolare crescita culturale underground appare come un’operazione-pirata. Così, fantasticando un po’, viene in mente che: la cultura, la musica ed i costumi del Rock, da sempre osteggiati, si diffusero anche e sopratutto grazie alle radio-pirata nel Regno Unito conformista della metà dei ’60 (I Love Radio Rock docet..).

Per concludere e gettare lo sguardo in avanti, visto che ci piacciono i Sogni Ribelli, il sipario lo affidiamo ad una strofa – tra le più amate – dei nostri eterni ragazzi fiorentini: ”Ma la speranza è l’ultima a morire, chi visse sperando morì non si può dire..”.