teatro di rifredi

100 anni del Teatro di Rifredi raccontati da Angelo Savelli

Costruito nel 1913, il Teatro di Rifredi rappresenta uno dei centri nevralgici non solo del Quartiere 5 ma dell’intera città. In occasione del suo centenario, mi sono fatta raccontare questo secolo di storia dal regista Angelo Savelli. 

Cos’è il Teatro di Rifredi per Firenze? Forse non la testa e neanche il cuore, ma certo una parte vitale, un organo centralissimo di quel corpo meraviglioso che è questa città. Angelo Savelli ricorre a una metafora organicistica per spiegarmi cosa rappresenta questo teatro per Firenze, una metafora che sembra far eco all’apologo di Menenio Agrippa, quanto mai adeguata per chiarire il legame profondo che intercorre tra questo palcoscenico secolare e la città che lo ospita. 

Regista dall’esperienza quarantennale, Angelo Savelli è una delle memorie storiche del Teatro di Rifredi, dove entrò con la sua compagnia Pupi e Fresedde fondata nel 1976. Siamo in una delle fasi d’oro del palcoscenico rifredino, che in quel momento ospita i Giancattivi, il trio comico toscano composto da Alessandro Benvenuti, Athina Cenci e Francesco Nuti, che presto avrebbe conosciuto il successo prima televisivo e poi del grande schermo.

Dal 1984 Savelli e la sua compagnia iniziano a gestire stabilmente il Teatro, trasformandolo nel corso degli anni nella terza sala più importante di Firenze, che oggi è arrivata a festeggiare il suo centesimo compleanno.

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Com’è cambiato il Teatro di Rifredi in questi anni?

La sala teatrale venne costruita nel 1913 ed era usata per la ricreazione. È una struttura operaia, dove gli operai avevano i sindacati, servendosi del teatro per parlare e confrontarsi, ma anche per i momenti di svago. Nel periodo fascista fu prima incendiato e poi trasformato nella Casa del Fascio. Dopo la guerra venne riacquistato dai soci e riprese la sua attività ricreativa.

Alla fine dei ’60 un gruppo di giovani decise di tentare l’esperienza teatrale: tra questi c’erano personalità come Daria Nicolodi e Norma Martelli. Seguendo lo spirito effervescente del ’68, si faceva teatro d’avanguardia e impegnato, come Brecht e Ionesco. Poi arrivarono i Giancattivi e la loro comicità.

Quando se ne andarono si tentò la carta del teatro sperimentale e come tale, pur facendo alcune cose interessanti, l’affluenza in sala diminuì. Poi arrivammo noi, e abbiamo cominciato a crearci un nostro pubblico, facendo anche rappresentazioni nelle case, coinvolgendo le scuole con spettacoli mattutini, aprendoci anche al vernacolo fiorentino. 

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Quali sono gli spettacoli che ricorda con più piacere?

Difficile rispondere. Come produzioni, certo Carmelo e Paolina, poi andato anche alla Pergola, un successo straordinario con 8 anni di repliche. Sicuramente Gian Burrasca, con due versioni, una per bambini e l’altra agli adulti. Poi Gallina vecchia, con l’attrice ronconiana Marisa Fabbri insieme a quel mostro di naturalezza che era Carlo Monni e poi L’ultimo Harem con Serra Yilkmaz. Abbiamo ospitato il ballerino giapponese che ha inventato la danza Butoh, compagnie spagnole meravigliose, abbiamo fatto il teatro nero di Praga… 

Cos’è il Teatro di Rifredi per Firenze e viceversa?

Forse bisognerebbe chiederlo ai fiorentini. Certo è che il Teatro di Rifredi non è solo uno stanzone dove si rappresenta qualcosa, ma è un luogo abitato e vivissimo, una fucina creativa. Prima era una realtà non molto nota, oggi invece siamo riusciti a penetrare nel tessuto culturale della città, ottenendo visibilità. 

Noi a Firenze offriamo un servizio culturale che viene recepito, occasioni di svago ma anche di conoscenza che non cascano mai nel vuoto. Ci sentiamo integrati nella città: il Teatro di Rifredi è una parte di Firenze, un organo di questo corpo meraviglioso, forse non la testa e neanche il cuore, ma certo una parte vitale, che consente a questa città di essere vivace e non ancorata solo ad uno splendido passato, di non essere quindi mummificata ma un organismo vivente. 

Credits foto: Sailko (immagine interna); http://desk.unita.it (immagine interna).