Peter Hook racconta i Joy Division

Dopo l’autobiografia della vedova Curtis, è in arrivo a settembre Inside Joy Division“. Un nuovo libro sulla storica band inglese e il suo compianto leader.

“Il libro ha inizio con la mia nascita e si conclude con la morte di Ian. Mi sento in colpa per il suo suicidio e penso che avremmo dovuto stargli più vicino. Non è soltanto una biografia, ma anche un tentativo di comprendere la scelta di Ian”.

A pronunciare queste parole è Peter Hook, bassista dei Joy Division e fondatore dei New Order. E la persona di cui parla è ovviamente Ian Curtis. Il tormentato poeta, l’icona dark per antonomasia. Ian il cantante visionario, il compositore rabbioso. Ian il frontman carismatico, il marito infedele. Semplicemente, Ian.

Una delle figure più fragili che la storia della musica abbia mai conosciuto. La voce disperata che si levò sopra la squallida Manchester degli anni ’70, dove “lungo la strada buia, le case sembrano identiche”. Quel grido mortuario come unica possibilità di fuga dall’odiata interzona, sempre alla ricerca frenetica di un varco, di una maledetta uscita di sicurezza che lo portasse fuori da quella periferia misera e degradante. Per poter urlare al mondo intero la sua cupa disperazione.

Ma oltre quel muro, solo ghiaccio e silenzio. Ormai schiavo dell’oblio, Curtis si perde, scegliendo per la sua breve e dolorosa vita un drammatico epilogo. Too fast to live, too young to die, direbbero gli Eagles. Attanagliato dall’epilessia, con un matrimonio che va in pezzi e irrimediabilmente schiacciato da uno spleen insostenibile, il cantante si uccide a soli 23 anni.

Due mesi dopo la sua morte viene pubblicato Closer, secondo e ultimo disco in studio dei Joy Division. La copertina dell’album, bianca, essenziale, funerea, diviene così la pietra tombale di Curtis. All’interno una straordinaria quanto decadente ballata new wave, dove quel suo inconfondibile timbro vocale intona un requiem d’eccezione.

Peter Hook decide oggi di mettere per iscritto la sua esperienza all’interno della band, quella formazione che fu artefice primaria dell’ultima, grande rivoluzione-rock del secolo scorso; una decisione che per il bassista rappresenta anche una sorta di esorcismo, un tentativo estremo di allontanare l’odiosa sensazione, mista a confusione e colpa, che la morte di Curtis lasciò dietro di sé.

Un’impresa non facile quindi, in quanto obbliga al confronto con il mito e soprattutto con se stessi. Un viaggio nell’inconscio più profondo, dove rischiamo di perderci. Finendo prigionieri delle nostre stesse atrocità. This is the way, step inside.