Johnny Cash, 80 anni. Omaggio a un (anti)eroe occidentale

Il 26 febbraio del 1932 nasceva una delle personalità più discusse, sconvolgenti, dissacranti e artisticamente ineguagliabili del Novecento: Johnny Cash.

Hello, I’m Johnny Cash!”: basterebbe questo incipit – quanto mai essenziale – per riportare alla mente l’immagine di un uomo in completo nero e dal volto segnato, che entrava direttamente nei salotti di milioni di americani. Celebrando un sound unico.

Unico, come l’inarrivabile parabola artistica/biografica tracciata nei decenni da un figlio dell’America di provincia, di quella sun(shine) belt snobbata ad est come ad ovest, che col suono artigiano ed artigianale di banjo e chitarre folk, rappresenta(va) l’anima terrena di un paese sempre più drogato da sogni e illusioni. Parlando di, e vivendo a contatto con reietti, galeotti e perdenti: figli (sperduti) di un sogno, abitanti (dimenticati) di un incubo.

A quasi nove anni dalla morte è retorico, scontato, persino noioso parlarne oggi, ancora. Beh, ce lo siamo chiesti. Ma rimane un pensiero, un’icona, una splendida discografia per chi ascolta, scrive e perfino fotografa la musica. Perchè probabilmente nessuno come Cash ha rappresentato lo spirito e le contraddizioni laceranti del mondo occidentale, attraversando e segnando con tratto indelebile un’epoca lunga, enorme. Un’eredità del secolo breve, fra musica e gesta fuori dall’ordinario.

Fuoriclasse della vita, ancor prima che della chitarra. E per questo fuorilegge in molti stati, e fuori categoria per il pubblico di mezzo mondo. Se mai esistesse un aldilà, saremmo sicuri che anche lì vivrebbe secondo le sue regole, secondo la sua libertà, assecondando così la sua musica: miscela intramontabile di folk, country, blues, rockabilly e ribellione agli status quo. Eppure era uomo di fede, credente. Con la Bibbia nella mano sinistra, un’acustica nella destra e una pistola a tamburo nella cintura.

C’è una frase dell’artista statunitense che racchiude tutto ciò: ”So cantare canzoni di morte. Ne ho vista tanta, ma sono ossessionato dalla vita”. Il desiderio di vivere, la sete di vita (per dirla con Iggy Pop) e l’ineluttabilità della caduta, della voragine. Il bianco e il nero, la realtà percepita e quella vissuta sulla propria pelle. In contraddizione, in direzione – spesso – ostinata e contraria. Affidando tutto quello che c’è da sapere, su se stessi e sul mondo, al suono di una chitarra e a strofe leggendarie, semplici, raffinate, lucidissime: arte.

A 80 anni dalla nascita, il fenomeno-Cash viene ancora idolatrato: una delle poche icone trasversali in anni confusionari, narcisisti, stralunati ed artisticamente votati (spesso) al ribasso. In periodi dove l’epiteto popstar viene affiancato con facilità ad artisti del calibro di Lady Gaga, David Guetta o Emma Marrone; in periodi in cui si sprecano lacrime di coccodrillo postume per cantanti talentuose e fragili, ci piace ricordare questo mito inattaccabile dalla patina del tempo.

L’uomo che – insieme a Chuck Berry – partendo dalla raccolta del cotone sotto il sole del Sud, è arrivato a precipitare in un cerchio di fuoco: incantando e influenzando il mondo. Partendo dalle radici, dal ”rock” primigenio.

Qualcosa che aveva a che fare col dolore, con la fatica e col sudore. Qualcosa che Cash conosceva bene, rappresentandone la trasfigurazione umana insieme a (pochissime) altre leggende a stelle e strisce del dopo Guerra. Mostrando orgogliosamente le cicatrici di una vita intensa, sregolata e vera, in una società che ti perdona nulla. Eppure tra prigioni, fatiche, guerre e rigido bigottismo diffuso, è stato un uomo disturbato, e forse per questo, vincente.

Secondo modalità anomale: fra omicidi, errori grossolani, lunghissimi declini, divorzi, arresti, tossicodipendenza da anfetamine; è sembrato inscalfibile anche nelle numerose sconfitte, risorgendo più volte. Quando ormai pareva un nome buono solo per scattare foto a una stella piantata nella Walk of Fame. O poco più. Ritrovando la strada – camminando sulla linea d’ombra – grazie ad un’altrettanto memorabile figura, al femminile: June Carter. Una storia classica, quasi semplice nella sua straordinarietà. In una parola, amore. In due parole, la vita.

In conclusione, per una volta ci siamo presi una (lunga) licenza; cercando di ricordare e omaggiare un uomo scomparso, e quindi, presente sempre. Con la poesia energica, scomoda e graffiante della sua Musica.