This must be the place, un’opera d’arte di Paolo Sorrentino

“This must be the place” è proprio lì, il cinema, dove dovremmo essere per ammirare l’ultimo capolavoro di Paolo Sorrentino, atteso nelle sale fiorentine da quasi 5 mesi, durante i quali è cresciuta la “febbre sorrentiniana”.

Protagonista un perfetto Sean Penn, nei panni di una rockstar in pensione con un fardello di situazioni irrisolte che sarà costretto ad affrontare. E non è necessario andare in India per trovare se stessi e compiere la propria evoluzione.

Del film sono da sottolineare 3 aspetti: la fotografia mozzafiato del maestro Luca Bigazzi (che ha collaborato in tutti i film di Sorrentino), la colonna sonora curata da David Byrne, leader dei Talking Heads, e la sceneggiatura tipica di Sorrentino, dove situazioni e immagini apparentemente senza significato vanno pian piano a comporre un puzzle perfetto, condito con dialoghi sferzanti e perle di saggezza dispensate in ascensore e in fast food. Sorvolo sulla regia perchè quando lo stile di un regista diventa un aggettivo, siamo di fronte al genio.

 

 

Infine, due parole sul personaggio che è già diventato cult, Cheyenne, metà Robert Smith metà Ozzy Osbourne, un ossimoro vivente. Un infantile adulto la cui età è quella che si riesce a percepire sotto uno strato di cipria e rossetto, desideroso di condurre una vita anonima nascondendosi dietro una maschera vistosa; burattinaio delle vite di tanti teenager degli anni ’80, eppure burattino di una vita che non riesce a prendere per le corna come il bufalo col quale si specchia in una scena mozzafiato.

Un film non catalogabile nelle cornici della commedia, del dramma, del grottesco, così come la vita. Voi come la definireste la vostra esistenza? Visto che ormai nessuno lavora più ma siamo tutti artisti (cit. Cheyenne), dai, concediamocelo: la nostra vita, come questo film, è un’OPERA D’ARTE.
Straconsigliato.

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