Intervista a Dellera degli Afterhours

Sabato 19 Novembre presenta a Firenze il suo primo LP solista: Colonna Sonora Originale. E’ Dellera, l’eclettico bassista degli Afterhours. E molto altro. Lo abbiamo intervistato.

Sono passati quattro anni dal singolo “Ami Lei o Ami me”; come è nato questo “Colonna sonora originale”?

Ho voluto continuare la collaborazione con Diego Mancino, con cui avevo scritto “Ami lei o Ami Me”; era nata l’idea di fare il disco tramite Fandango, ma poi l’etichetta è andata a morire.  Alla fine sono approdato alla MarteLabel di Roma, dove mi trovo molto bene. Avevo registrato un po’ di canzoni, quelle che reputavo le migliori le ho messe nel disco. L’album è nato in un tempo abbastanza lungo e anche il titolo lo rispecchia. Non è stato scritto di getto, non ha un’uniformità lirica, diciamo, sono piuttosto tanti frammenti diversi. Sono canzoni.

Il tuo percorso è costellato da collaborazioni: come descriveresti la scena musicale italiana del momento?

Quelli con cui collaboro io non sono delle guest star invitate, ho fatto il disco con  miei amici. Sia le registrazioni che avevamo con la mia band inglese, sia le altre, con persone come Basile, Gianluca De Rubertis de Il Genio, Dente o Enrico Gabrielli. C’è assolutamente una scena musicale, non so se c’è un suono che la caratterizza. Con gli Afterhours abbiamo ripercorso la Route 66 per un documentario: durante le selezioni per scegliere la band da portare con noi, ci siamo resi conto che c’erano un sacco di gruppi che si ispiravano ad altri: ai Verdena, agli Afterhours. La prima cosa da fare è cercare di essere originali a tutti i costi; molte band  tendono ad avvicinarsi a modelli affermati; questo – secondo me – è inutile, perché il mercato è già saturo. Non siamo un Paese di Rock ‘n roll, non lo siamo mai stati; la  musica non attecchisce molto sul tessuto sociale. Non è nell’aria: non è come in U.K. o in America, dove se entri in una lavanderia senti i Blur, Santana o Miles Davis.
 

Lo scorso anno il progetto Lato Beat Vol. 1 con i Calibro 35; adesso un album nel quale molti hanno ritrovato un forte tocco vintage. Che valore ha per te l’eredità del passato?

Il passato vale per me come vale per tutti. Ognuno fa riferimento ai propri ascolti. E’ vero che ascolto molta di quella musica, ma non è assolutamente un disco ispirato ai ’60; è un LP scritto da me e da altri nel Duemila. E’ capitato che con Diego Mancino ci siamo seduti e abbiam detto: “facciamo un pezzo da Canzonissima ‘69, da Ornella Vanoni”, ma solo questo. Ci sono gruppi come i Fleet Foxes, osannati dai critici internazionali come nuovo folk-rock; ascoltandoli ci trovi dentro Crosby, i Beach Boys, ma nessuno li ha indicati come gruppo neo-’60s. In Italia è più difficile, appena ti definisci in un certo modo ti trovi intrappolato in un’etichetta: rischi di dover fare almeno due album metal per scrollartela di dosso. Io faccio le mie canzoni, semplicemente.

L’aggettivo che più spesso ti associano è “internazionale”, in riferimento alla tua lunga esperienza inglese. Quanto ti ha influenzato?

Mi ha influenzato tantissimo. Abitando là mi sono sentito molto a casa musicalmente; ho sempre ascoltato molta musica anglosassone, ho riscoperto anzi la musica italiana più tardi, quando sono tornato. Là ho assorbito molto anche sul come relazionarsi al pubblico sul palco, sull’attitudine live. E’ uno stile diverso da quello italiano, con musicisti tecnicamente inferiori ai nostri, meno eclettici, ma molto più mirati. In Inghilterra prima si mette su una band e poi impara a suonare, in Italia si impara a suonare e poi magari si mette su una band.

Sabato presenti il tuo album a Firenze, quanto è importante la dimensione live per te?

Secondo me è veramente 50 e 50, nell’ambito di un amore totale per la musica. Il disco è un mondo fantastico, una commistione di cose: ci sono album che hanno un suono incredibile seppure con un contenuto lirico non necessariamente profondo. Nei live vedi il valore dei performers, che magari non hanno mai scritto una canzone, ma sono grandissimi interpreti.  Per cui c’è veramente 50 e 50: due parti di un unico mondo. C’è chi non ha un live credibile e chi ha fatto la propria fortuna su una parte concertistica fortissima.

Che regista sceglieresti per un film che contenga la tua “Colonna sonora originale”?

Credo il regista americano Hal Ashby. Oppure Milos Forman, perché i suoi film hanno sempre colonne sonore forti. Ma alla fine sì, Hal Ashby:  perché era  un po’ pazzo e anche perché ha diretto un documentario sui Rolling Stones, durante il tour del 1981, e ha fatto un grande lavoro. Una garanzia.