Enter the Void, Gaspar Noé torna a provocare

L’avevamo lasciato all’inizio degli anni 2000 con il film scandalo Irréversible, dove per nove minuti assistiamo impotenti allo stupro (ricco di dettagli) della Bellucci.

Eccolo che torna in Italia (con tre anni di ritardo) con Enter the Void, presentato a Cannes nel 2009.

Mai titolo fu più azzeccato perché il film, di uno dei registi più sopravvalutati degli ultimi anni, è esattamente un viaggio nel vuoto, vuoto di contenuti, vuoto di senso.

L’unico scopo di Noé è quello di provocare/stupire lo spettatore e lo fa ricorrendo a dei trucchetti a volte geniali altre volte veramente ‘trash’.

 

Fratello e sorella rimasti orfani vengono divisi, lui le promette che non l’abbandonerà mai.
Crescono e, per sopravvivere in una Tokio psichedelica, lei fa la spogliarellista, lui lo spacciatore.
Una soffiata, la polizia lo segue, parte un colpo, il fratello muore.
Da qui (siamo solo all’inizio) la narrazione prosegue attraverso flashback, ma soprattutto attraverso l’anima, o qualcosa del genere, del protagonista deceduto.

La parte più interessante e più sperimentale sono i titoli di testa, graficamente simili alle insegne luminose in stile giapponese accompagnati da una musica tecno, di cui qui potete vedere un assaggio.

 

Se riuscirete a rimanere seduti fino alla fine del film (cosa difficile dato che dura quasi tre ore)  senza essere colpiti dalle convulsioni provocate dai continui flash di luce bianca, vi meriterete un premio.

Quando si osa si è su una linea sottile tra il genio e il ridicolo. Ai posteri l’ardua sentenza.