“A dangerous method”, una lunga seduta psicoanalitica firmata Cronenberg

Il 30 settembre è uscito “A dangerous method”, l’ultima opera di David Cronenberg.

Famoso per i suoi film molto “potenti” e disturbanti, la sua filmografia ha disegnato una parabola che non poteva non toccare il padre e il figlio della psicoanalisi: Freud e Jung.

La pellicola infatti ripercorre gli anni precedenti alla I Guerra Mondiale durante i quali il giovane Jung, considerato “l’erede al trono” del regno psicoanalitico, arriva a distanziarsi dalle idee di Freud, fino a rompere del tutto ogni rapporto col mentore. A fungere da catalizzatore sarà una paziente, diventata sua amante e infine anch’essa psicoanalista, Sabina Spielrein.

Molti potranno dire che “A dangerous method” non sembra nemmeno lontanamente un film del regista canadese e lo sconsiglieranno ai suoi “adepti” perché molto diverso dai film fisici degli anni ’70-80, e troppo lontano dagli ultimi film d’azione. Balle! Il leitmotiv dei film di Cronenberg è sempre stata la psiche e se nelle prime opere veniva analizzata e metaforizzata con paradossi fisici (basti pensare al film “La mosca”), pian piano è giunto a scandagliarla alla luce del sole, anzi, prendendo come esempio proprio le nevrosi dei padri della disciplina psicoanalitica.

“A dangerous method” non è adatto a chi cerca una pellicola d’azione. È un film parlato (e vissuto) come una lunga seduta psicoanalitica. E come essa vi colpisce più di qualsiasi pugno.