L’era dell’eco-fashion.

”Sforzi verdi” per aiutare l’ambiente. Anche le multinazionali dell’abbigliamento si mettono in gioco sfidate dai paladini del green effort: Greenpeace.

Un invito, quello dell’associazione no violence, a diminuire le emissioni di CO2 ed eliminare l’utilizzo di prodotti tossici ed inquinanti impiegati nei processi di produzione. Una svolta è necessaria per salvaguardare il pianeta e l’industria sembra adattarsi, anche se a piccoli passi.

 

Hennes & Mauritz nel mirino: “Detox our future”!

Di questi giorni è la notizia che H&M, la catena svedese di abbigliamento low-cost, si impegnerà a rendere toxic-free tutto il processo produttivo entro il 2020. Una decisione presa dopo che le vetrine dei negozi erano state assalite da adesivi con la scritta “Detox our future”: un’iniziativa Greenpeace diffusasi anche on-line che il colosso non ha potuto ignorare. E così siamo arrivati all’accordo: eliminare le sostanze pericolose dalla produzione e seguire accorgimenti di eco-sostenibilità. H&M dovrà pubblicare entro il 2012 i rapporti sulle emissioni e sull’inquinamento, oltre che definire un piano dettagliato da seguire per diventare un’azienda a impatto zero non oltre il 2020. H&M aveva introdotto misure green già dal 2004 quando aveva inserito nelle proprie collezioni capi in cotone organico. Si tratta di un tipo di cotone prodotto senza l’impiego di pesticidi e fertilizzanti chimici. La “Conscious collection” che abbiamo visto questa primavera anche nei negozi fiorentini del brand era interamente realizzata con questo tipo di tessuto a basso impatto ambientale.

 

Puma: quando il packaging diventa intelligente.

Anche nell’abbigliamento sportivo Greenpeace ha individuato le sue battaglie: Nike, Adidas e Puma sono alcuni dei nomi che hanno accettato di impegnarsi e cambiare i propri metodi di produzione in favore della salvaguardia del pianeta. In particolare Puma ha adottato una politica di trasparenza verso il cliente rendendolo partecipe dei report ambientali (proprio come H&M) e stimolando manager e fornitori a rispettare determinati requisiti eco-friendly. L’impegno di Puma sembra genuino: è stato investito molto in una rielaborazione green del packaging. Con un piccolo accorgimento l’azienda è riuscita ad abbattere i costi di trasporto e di emissioni piegando le sue magliette una volta di più e inscatolandole in materiale eco-sostenibile. La “Clever little bag” è poi la svolta nel mondo della scatola da scarpe: un solo foglio di cartone riciclato contiene le calzature e una busta le avvolge prendendo la funzione anche di shopping bag. Si elimina così l’utilizzo delle borse di plastica che da qualche mese sono state bandite da ogni negozio e supermercato.

 

Timberland e la “Virtual Forest”.

A non essere convinta dello sforzo di Puma è invece la rivale Timberland, che collabora da anni con Greenpeace, e che ha accusato il PPR Group (proprietario di YSL, Gucci, Bottega Veneta oltre che di Puma) di “retorica”, ovvero di non essersi impegnato seriamente nel realizzare questa svolta green. Se poi il termine di paragone è proprio il marchio dall’albero arancio è veramente difficile riuscire a far meglio: tra le iniziative eco-friendly Timberland annovera una scarpa realizzata con bottiglie di plastica riciclate, il primo store eco-sostenibile in Europa, l’impegno per ripulire il fiume Lambro e per il rimboschimento di zone più o meno estese. L’ultima iniziativa è proprio quella di piantare alberi ad Haiti e sulla scia di questo progetto è stata creata anche un’applicazione su Facebook: la Timberland Earthkeepers “Virtual Forest” grazie alla quale ogni utente può creare la propria foresta; più grande sarà la foresta virtuale, più alberi reali verranno piantati.


La sensibilizzazione al problema dell’inquinamento si fa sempre più importante e condivisa; il fatto che grandi nomi dell’industria, come quelli citati, si siano messi una mano sulla coscienza ed abbiano iniziato ad intervenire attivamente fa ben sperare. Rimane però forte il quesito: avremo dei riscontri reali? E soprattutto, può solo un ristretto numero di aziende fare la differenza o occorre una riorganizzazione generale della produzione mondiale verso la sostenibilità? Non lo sapremo prima di un decennio. Noi intanto propendiamo per la seconda ipotesi.

Firenze ha ospitato dal 23 al 25 settembre il Festival dell’Energia, dove si è parlato anche di risorse energetiche e sviluppo sostenibile. Speriamo che la nostra diventi una città sempre più “verde”.